giovedì , 25 Aprile 2019
All Work All Play: quando i videogiochi diventano un lavoro

All Work All Play: quando i videogiochi diventano un lavoro

La scena si apre con la telecamera che segue un uomo. L’aria è carica di adrenalina. Ci aspettiamo di assistere a un evento epocale. Di fronte a una folla in attesa su uno schermo gigante possiamo vedere di sfuggita un count down.

Mancano solo tre ore all’inizio di qualcosa di veramente grosso. A un certo punto dal pubblico si leva un grido, proprio come accade all’entrata in campo dei giocatori, oppure quando una stella dello spettacolo sale sul palco. La telecamera inquadra una luccicante e gigantesca coppa ricorda parecchio quella della Champions: sarà un caso? Probabilmente no, visto che gli Intel Extreme Masters rappresentano per tutti i player pro degli esport la versione elettronica della Coppa del Mondo di calcio.

Una competizione sponsorizzata dalla Intel e della cui produzione e trasmissione si occupa la ESL (Electronic Sport League). Mica stiamo parlando di un evento casalingo, ma di un team di oltre duecento persone capace di organizzare un campionato che si svolge nelle sue tappe principali a San Josè (Stati Uniti), Colonia (Germania), Katowice (Polonia), Shenzhen (Cina) e Taipei (Taiwan). Le squadre che ottengono i risultati migliori alle competizioni regionali possono accedere agli eventi dell’Intel Extreme Masters Championship. Punto di arrivo dei giocatori di esport a livello professionistico.

Che il concetto di game si stia trasformando a velocità impressionante ce lo spiega molto bene il documentario “All Work All Play” trasmesso da Netflix che ci racconta attraverso la voce dei protagonisti i retroscena del fenomeno globale conosciuto come esport. Sport elettronici che hanno radicalmente cambiato la comunicazione videoludica degli ultimi anni. Le prime sfide si tenevano in scantinati attrezzati con qualche sedia pieghevole e schermi di fronte ai quali si assiepavano i classici nerd.

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I filmati d’epoca che vediamo nel documentario fanno quasi tenerezza e nessuno avrebbe scommesso su di loro. Pochi anni, la diffusione del web, i giochi multiplayer, nuove infrastrutture e siamo passati ai milioni di giocatori che praticano i tornei online e all’altrettanto folto numero di utenti che si collegano in diretta live per assistere alle partite dei loro eroi.

Un simile successo del gaming online è sicuramente frutto dell’innovazione tecnologica e di un’infrastruttura che hanno reso possibili velocità di download e di trasmissione dati fino a qualche tempo fa impossibili da raggiungere. Questo spiega la fortuna di titoli come League of Legends, un multiplayer online giocato agli Intel Extreme Masters e che almeno negli ultimi anni è stato unodei giochi su cui hanno puntato gli organizzatori dei maggiori tornei mondiali di esport.

Nel contesto di un’offerta videoludicaonline sempre più ampia e variegata si inseriscono anche quelle piattaforme digitali come Unibet che si è imposta a livello europeo come uno dei maggiori leader del settore. Se da un lato l’offerta di giochi su www.unibet.it/livecasino rispecchia fedelmente il coinvolgimento e il divertimento di un casinò reale direttamente online, dall’altro dimostra anche quanto siano cambiati gli spazi di gioco.

Le sfide oggi si giocano da postazioni molto più comode di un tempo. E se l’utente di Unibet può contare sul comfort e la tranquillità della propria abitazione vediamo i giocatori di Star Craft II, seduti su poltrone ergonomiche degne della Formula 1 intenti a sfidare avversari che si trovano a migliaia di chilometri da casa loro.

Di certo quello che appare meno evidente nel documentario trasmesso da Netflix è quella solitudine e distanza che ci aspetteremmo da gamer professionisti. Perlomeno dall’immaginario che si è creato attorno a queste figure. In AllWork All Play li vediamo invece sempre insieme, a studiare tattiche e strategie per battere gli avversari. Il gioco di squadra prevale sugli individualismi e il divertimento e una certa consapevolezza che i titoli del momento potrebbero diventare già domani obsoleti, sono i sentimenti che condividono i vari giocatori.

La regia di Patrick Creadon ci fa entrare dentro le emozioni dei protagonisti, dal direttore dell’Intel Extreme Masters, ai team in gara come quello nordamericano della TSM che proprio qualche giorno fa ha ricevuto un finanziamento di 37 milioni di dollari. Se qualcuno ancora pensa che gli esport siano roba da ragazzini, dovrebbe ricredersi. Ma al di là delle sponsorizzazioni, dei premi milionari messi in palio, delle carriere da gamer pro che garantiscono buoni stipendi vediamo dei professionisti che amano il proprio lavoro che consiste per l’appunto nel giocare.

Perché come dice un membro del team TSM a uno suo compagno: Non dirmi che il gioco è finito Lustboy, il gioco non finisce mai!

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